“È impossibile che il nostro conoscere possa andare al di là dello stretto necessario per la conservazione della vita. La morfologia ci mostra che i sensi, i nervi, nonché il cervello si sviluppano proporzionalmente alla difficoltà di nutrirsi.”
— Friedrich Wilhelm Nietzsche
La storia evolutiva di Homo sapiens assomiglia sempre meno a un albero formato da rami nettamente separati e sempre più a una rete di popolazioni che, nel corso di centinaia di migliaia di anni, si sono divise, incontrate e incrociate. La scoperta che nel nostro DNA sopravvivono frammenti ereditati dai Neanderthal e dai Denisoviani ha già trasformato profondamente il modo in cui ricostruiamo il passato umano. Oggi sappiamo, per esempio, che la maggior parte delle popolazioni non africane possiede circa l’1-2% di ascendenza neanderthaliana e che alcune popolazioni asiatiche e oceaniane conservano anche una quota di DNA denisoviano. Questi frammenti non sono semplici curiosità: alcuni hanno contribuito a caratteristiche legate alla pigmentazione, alla risposta immunitaria e all’adattamento all’alta quota.
Rimane però un problema fondamentale. I genomi antichi di buona qualità disponibili sono pochissimi e provengono quasi tutti dall’Eurasia. Esistono inoltre indizi genetici dell’esistenza di altre popolazioni umane arcaiche delle quali non possediamo alcun genoma. È come tentare di ricostruire un grande mosaico avendo a disposizione soltanto alcuni tasselli.
Uno studio pubblicato nel 2026 su Science da Yulin Zhang e colleghi propone un nuovo modo di affrontare il problema. Gli autori hanno sviluppato TRACE, acronimo di TRacking Archaic Contributions via ARG Estimation, un metodo che cerca le tracce lasciate dagli antichi incroci direttamente nei genomi delle persone contemporanee. La particolarità è che può farlo senza disporre necessariamente del DNA dell’ominino arcaico che partecipò all’incrocio e senza dover individuare una popolazione moderna completamente priva di ascendenza arcaica.
I risultati suggeriscono una storia ancora più complessa di quella conosciuta: oltre a Neanderthal e Denisoviani, nel nostro DNA potrebbero sopravvivere le tracce di popolazioni arcaiche ancora sconosciute, veri e propri “fantasmi genetici”.
Yulin Zhang et al.,Recovering signatures of archaic hominin introgression using ancestral recombination graphs.Science0,eaef8874DOI:10.1126/science.aef8874
Leggere il passato senza possedere il DNA dei protagonisti
Per comprendere la portata dello studio bisogna partire da una difficoltà concreta della paleogenomica: il DNA si degrada. In determinate condizioni climatiche può conservarsi per tempi molto lunghi, ma recuperare materiale genetico di ominini vissuti centinaia di migliaia o milioni di anni fa è estremamente difficile. Per alcune regioni del mondo, soprattutto l’Africa, il problema è ancora maggiore. Gli autori ricordano che il più antico genoma umano antico recuperato in Africa ha meno di 20.000 anni, mentre ottenere DNA di ominini più vecchio di un milione di anni fuori dagli ambienti di permafrost è considerato improbabile.
TRACE tenta di aggirare questo limite concentrandosi non sui fossili, ma sulle genealogie contenute nei genomi moderni.
Il metodo utilizza gli ancestral recombination graphs, o ARG, rappresentazioni matematiche della storia evolutiva di un insieme di sequenze genetiche. Un ARG descrive, lungo il genoma, il modo in cui differenti copie di DNA risalgono ai loro antenati comuni e come la ricombinazione abbia rimescolato queste sequenze nel corso delle generazioni.
L’idea fondamentale è relativamente intuitiva. Se una popolazione molto antica, separatasi da lungo tempo dagli antenati di Homo sapiens, si incrocia successivamente con questi ultimi, introduce segmenti genetici con una storia molto più profonda rispetto al resto del genoma. Nel grafo genealogico tali segmenti possono apparire come rami insolitamente lunghi e molto antichi.
TRACE cerca precisamente queste anomalie genealogiche. È quindi possibile, almeno in linea di principio, rilevare l’impronta di una popolazione scomparsa anche quando non possediamo il suo DNA.
Le simulazioni utilizzate dagli autori per verificare il metodo hanno fornito risultati promettenti: TRACE raggiunge un’elevata precisione e un tasso molto basso di falsi positivi. La capacità di recuperare tutti i segmenti realmente arcaici diminuisce però quando i grafi genealogici devono essere ricostruiti dai dati reali anziché essere conosciuti perfettamente. È un limite importante: TRACE tende quindi a fornire stime conservative, individuando con buona affidabilità una parte dei segmenti arcaici presenti, ma non necessariamente tutti.

Oltre Neanderthal e Denisoviani: il ritorno delle popolazioni “fantasma”
Applicando TRACE ai genomi del 1000 Genomes Project, gli studiosi hanno verificato anzitutto se il metodo fosse capace di riconoscere quanto già noto. Il risultato è stato positivo: nelle popolazioni europee, dell’Asia orientale e dell’Asia meridionale sono riemersi i segnali dell’ascendenza neanderthaliana e denisoviana.
La sorpresa è arrivata osservando i segmenti che non potevano essere attribuiti chiaramente a nessuno dei due gruppi conosciuti.
TRACE ha infatti individuato in tutte le popolazioni moderne analizzate una quota compresa mediamente tra lo 0,5 e l’1,1% di quella che gli autori definiscono “ghost ancestry”, cioè ascendenza proveniente da una popolazione arcaica della quale non disponiamo di un genoma di riferimento. I segmenti mostrano un’affinità pressoché equivalente con Neanderthal e Denisoviani, elemento compatibile con l’ipotesi che derivino da una linea evolutiva distinta da entrambe.
Il termine “fantasma” non indica quindi qualcosa di misterioso in senso metaforico, ma una popolazione prevista dai dati genetici senza che sia stato ancora possibile associarla con sicurezza a resti fossili o a un genoma antico.
Un altro elemento particolarmente significativo riguarda la distribuzione di questa ascendenza. Molti dei segmenti fantasma individuati nelle popolazioni non africane sono condivisi con popolazioni dell’Africa subsahariana. I gruppi dell’Africa occidentale e orientale presentano inoltre una maggiore varietà di questi frammenti.
Secondo gli autori, l’interpretazione più coerente è che almeno un episodio di incrocio con questa popolazione arcaica sia avvenuto prima della grande espansione di Homo sapiens fuori dall’Africa, il cosiddetto Out of Africa. La popolazione fantasma sarebbe dunque entrata nel patrimonio genetico degli antenati comuni degli esseri umani moderni prima che una parte di essi migrasse verso Eurasia e altre regioni del pianeta.
La profondità temporale è notevole. Il tempo medio di coalescenza stimato tra questi segmenti e quelli degli esseri umani moderni è di circa 830.000 anni. Gli autori precisano tuttavia che questo valore non equivale automaticamente alla data dell’incrocio: descrive quanto profondamente nel passato risalgono le genealogie dei segmenti individuati.
L’identità della popolazione coinvolta rimane sconosciuta. Nella discussione dello studio vengono considerate, con molta cautela, popolazioni del genere Homo vissute nel Pleistocene medio e gruppi africani tradizionalmente associati a Homo heidelbergensis. Si tratta però di ipotesi, non di identificazioni dimostrate.
I “deserti” genetici non erano così deserti
Una delle conseguenze più interessanti dello studio riguarda alcune regioni del nostro genoma tradizionalmente chiamate “deserti di ascendenza arcaica”.
Analizzando i genomi contemporanei, i genetisti hanno infatti individuato regioni nelle quali i frammenti neanderthaliani e denisoviani sono molto rari o del tutto assenti. Una possibile interpretazione era che queste aree contenessero caratteristiche particolarmente specifiche di Homo sapiens: nel corso dell’evoluzione, la selezione naturale avrebbe eliminato da queste zone le varianti provenienti da altre popolazioni umane.
TRACE suggerisce però una situazione più complessa.
Gli autori hanno esaminato cinque regioni precedentemente indicate come deserti condivisi di ascendenza neanderthaliana e denisoviana. In tutti e cinque i casi è stata rilevata una quantità significativa di ascendenza fantasma. In una regione del cromosoma 7 che comprende FOXP2, gene spesso studiato per il suo coinvolgimento nei processi legati al linguaggio e alla comunicazione, è stato individuato un picco di ascendenza fantasma con una frequenza del 13,3%. In un’altra regione del cromosoma 3 il valore arriva a circa il 20%.
Questo non significa che tali regioni siano prive di peculiarità evolutive, ma cambia la domanda. La scarsità di DNA neanderthaliano e denisoviano potrebbe non dipendere semplicemente dall’eliminazione di tutto ciò che era geneticamente “arcaico”.
Se frammenti provenienti da un’altra popolazione profondamente divergente sono riusciti a conservarsi negli stessi territori genomici, la selezione potrebbe avere agito in maniera diversa sulle differenti ascendenze.
Gli autori propongono quindi che alcuni deserti possano essere stati prodotti da una selezione specifica contro varianti neanderthaliane o denisoviane, magari per incompatibilità con altri geni del genoma moderno, piuttosto che da una generale preferenza per DNA esclusivamente sapiens.
È un cambiamento concettuale importante. Anche quelle che sembravano essere le parti più esclusivamente “nostre” del genoma potrebbero custodire tracce di incontri con popolazioni di cui non conosciamo ancora il nome.

Negli Oceaniani una traccia ancora più antica
La storia diventa ancora più profonda analizzando le popolazioni oceaniane.
È noto da tempo che alcune popolazioni di Oceania conservano livelli relativamente elevati di ascendenza denisoviana. Studi precedenti avevano inoltre suggerito che gli stessi Denisoviani potessero essersi incrociati con una popolazione molto più antica, separatasi dalla linea che avrebbe portato agli esseri umani moderni ancora prima della divergenza tra sapiens, Neanderthal e Denisoviani.
Gli autori chiamano questa componente “super-archaic ancestry”.
Per cercarne le tracce sono stati studiati 92 genomi oceaniani ad alta copertura: 25 provenienti dalla Papua Nuova Guinea e 67 da Vanuatu e dalle isole Santa Cruz.
TRACE ha cercato eventi genealogici eccezionalmente profondi all’interno dei segmenti già attribuiti ai Denisoviani. Il risultato è stato un significativo arricchimento di queste genealogie molto antiche nei segmenti denisoviani rispetto a quelli neanderthaliani. Le simulazioni mostrano che il pattern risulta difficile da spiegare senza introdurre nel modello un precedente incrocio tra Denisoviani e una popolazione ancora più antica.
I frammenti individuati negli Oceaniani hanno dimensioni comprese indicativamente tra 20 e 83 mila coppie di basi. Gli autori stimano che rappresentino circa lo 0,3% dell’ascendenza denisoviana rilevata nel loro campione, sottolineando però che si tratta di un limite inferiore molto prudente.
Ancora più impressionante è la profondità genealogica: il tempo di coalescenza tra le sequenze super-arcaiche e quelle degli esseri umani moderni è stimato intorno a 1,77 milioni di anni.
A quale specie appartenesse questa popolazione?
Lo studio non può dirlo. Gli autori ricordano che una separazione risalente a circa 1,8 milioni di anni sarebbe temporalmente compatibile, tra le diverse possibilità, con Homo erectus. Ma anche in questo caso si tratta esclusivamente di un candidato plausibile, non della dimostrazione che il DNA individuato appartenga effettivamente a quella specie.
L’ipotesi suggerisce comunque una sorta di eredità genetica “a più passaggi”: una popolazione molto antica avrebbe trasmesso parte del proprio DNA ai Denisoviani; questi ultimi, molto tempo dopo, si sarebbero incrociati con antenati di alcune popolazioni moderne; una piccola parte di quella remotissima eredità sarebbe così arrivata fino agli esseri umani di oggi.
Una storia dell’evoluzione umana fatta di reti, non di linee rette
TRACE non fornisce semplicemente nuovi candidati da aggiungere all’elenco degli ominini con cui Homo sapiens potrebbe essersi incrociato. Lo studio contribuisce soprattutto a cambiare l’immagine generale dell’evoluzione umana.
Il modello che emerge è quello di più livelli successivi di introgressione genetica. Alcuni incroci avrebbero coinvolto direttamente gli antenati degli esseri umani moderni; altri sarebbero avvenuti prima tra differenti popolazioni arcaiche e sarebbero giunti fino a noi indirettamente. Gli autori descrivono esplicitamente una storia composta da contributi sia diretti sia mediati attraverso altre popolazioni arcaiche.
Anche l’eredità biologica di questi incontri potrebbe essere stata significativa. Le regioni nelle quali TRACE individua elevate frequenze di ascendenza fantasma comprendono geni e complessi associati a funzioni immunitarie e metaboliche. Nei segmenti super-arcaici degli Oceaniani compaiono invece regioni contenenti geni del complesso maggiore di istocompatibilità e CYP24A1, coinvolto nella regolazione del metabolismo della vitamina D.
Questo non significa, però, che lo studio dimostri automaticamente che tali frammenti abbiano prodotto specifici vantaggi adattativi. L’associazione con regioni funzionali indica una pista di ricerca, mentre gli effetti biologici concreti devono ancora essere chiariti.
Esistono inoltre limiti metodologici importanti. TRACE dipende dalla qualità con cui vengono ricostruiti gli ARG: errori o incompletezze nelle genealogie inferite possono ridurne la capacità di riconoscere segmenti realmente arcaici. Gli stessi autori osservano infatti una minore capacità di recupero quando lavorano con genealogie ricostruite rispetto alle genealogie perfettamente note delle simulazioni.
Restano inoltre irrisolte domande fondamentali. Non sappiamo con precisione quanti siano stati gli episodi di incrocio con le popolazioni fantasma, dove siano avvenuti e quando. Non sappiamo se l’ascendenza super-arcaica sia giunta negli esseri umani moderni esclusivamente attraverso i Denisoviani oppure anche tramite incontri diretti. E non conosciamo ancora nel dettaglio gli effetti di queste sequenze su immunità, metabolismo o altre caratteristiche biologiche.

In conclusione…
Per lungo tempo la paleoantropologia ha dovuto ricostruire l’evoluzione umana principalmente attraverso ossa, strumenti e siti archeologici. La paleogenetica ha aggiunto una nuova fonte: il DNA conservato nei resti antichi. Studi come quello di Zhang e colleghi introducono ora un ulteriore livello di indagine. Anche quando il DNA antico non esiste più, una popolazione scomparsa può aver lasciato tracce genetiche nei suoi discendenti lontani.
TRACE trasforma così i genomi contemporanei in una sorta di archivio genealogico, nel quale è possibile cercare l’eco di incontri avvenuti centinaia di migliaia di anni fa.
Il quadro che emerge è quello di un’umanità dalle origini profondamente intrecciate. Neanderthal e Denisoviani rappresentano probabilmente soltanto i protagonisti meglio conosciuti di una storia molto più vasta. Lo studio individua segnali compatibili con almeno una popolazione fantasma che avrebbe contribuito al patrimonio genetico degli antenati comuni degli esseri umani moderni prima dell’espansione fuori dall’Africa e con una popolazione ancora più antica che avrebbe lasciato parte della propria eredità nei Denisoviani e, attraverso loro, negli Oceaniani contemporanei.
Non conosciamo ancora il volto di queste popolazioni e forse non riusciremo mai a recuperarne direttamente il DNA. Ma una parte della loro storia potrebbe essere sopravvissuta dentro di noi. È proprio questa la conseguenza più affascinante dello studio: il nostro genoma non racconta soltanto la storia di Homo sapiens, ma conserva frammenti della storia di un’intera comunità di umanità scomparse.