“Viviamo in una società profondamente dipendente dalla scienza e dalla tecnologia e in cui nessuno sa nulla in merito a tali questioni. Si tratta di una formula sicura per il disastro.”
— Carl Sagan
L’intelligenza artificiale generativa è entrata rapidamente nella vita scolastica degli adolescenti. Strumenti capaci di scrivere testi, risolvere problemi e spiegare concetti possono migliorare le prestazioni immediate, ma sollevano anche interrogativi sullo sviluppo dell’autonomia, del ragionamento quantitativo e del pensiero critico. Di fronte a benefici e rischi ancora incerti, ci si potrebbe aspettare che i genitori decidano se consentirne l’uso valutando con attenzione costi e vantaggi.
Uno studio pubblicato nel 2026 su Proceedings of the National Academy of Sciences propone però una spiegazione diversa. Secondo gli autori Leonardo Bursztyn, Alex Imas, Rafael Jiménez-Durán, Aaron Leonard e Christopher Roth, le decisioni familiari non dipendono soltanto dalle caratteristiche della tecnologia. A orientarle è anche la paura che il proprio figlio possa perdere terreno rispetto ai compagni. Attraverso esperimenti preregistrati condotti con circa duemila genitori di adolescenti negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, i ricercatori mostrano che la domanda di strumenti di IA cresce rapidamente quando aumenta il numero dei coetanei che li utilizzano.
Il risultato descrive una vera e propria “corsa agli armamenti” educativa: ogni famiglia può essere preoccupata per gli effetti dell’IA, ma finisce comunque per adottarla perché presume che gli altri faranno lo stesso.
L. Bursztyn, A. Imas, R. Jiménez-Durán, A. Leonard, & C. Roth, Social dynamics of AI adoption in parents’ educational decisions, Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. 123 (31) e2533193123, https://doi.org/10.1073/pnas.2533193123 (2026).
Quando la scelta individuale diventa una gara collettiva
Il punto di partenza dello studio è il concetto di rat race, letteralmente “corsa dei topi”. In economia e nelle scienze sociali, questa espressione indica una situazione in cui le persone compiono scelte che non considerano necessariamente desiderabili, ma che ritengono indispensabili per non essere svantaggiate rispetto agli altri.
Applicata all’istruzione, la dinamica è intuitiva. Un adolescente che utilizza un sistema avanzato di IA può completare più rapidamente un compito, produrre testi formalmente migliori o risolvere esercizi difficili. Se molti compagni ricorrono allo stesso strumento, chi non lo usa rischia di apparire meno efficiente o meno competitivo, anche quando possiede capacità analoghe. Il vantaggio non è quindi soltanto assoluto, ma relativo: dipende da ciò che fanno gli altri studenti.
Nel modello proposto dagli autori, i genitori tengono conto di due obiettivi. Da una parte vogliono che il figlio ottenga buoni risultati nel breve periodo; dall’altra desiderano che sviluppi competenze solide e durature. L’uso non regolato dell’IA può favorire il primo obiettivo, ma potrebbe compromettere il secondo qualora sostituisse l’esercizio autonomo. Quando l’adozione tra i coetanei cresce, tuttavia, il costo immediato della rinuncia diventa più evidente: il ragazzo che non usa l’IA rischia di rimanere indietro.
La situazione ricorda il “dilemma del prigioniero”. Collettivamente, molte famiglie potrebbero preferire un ambiente in cui nessuno studente utilizzi strumenti capaci di sostituire il ragionamento personale. Individualmente, però, ciascun genitore ha un incentivo ad autorizzarli non appena pensa che gli altri lo stiano già facendo. Ciò che le persone ritengono giusto entra così in conflitto con ciò che considerano necessario.

Come è stata misurata la domanda di IA
Per studiare il fenomeno, i ricercatori hanno coinvolto genitori con almeno un figlio di età compresa tra 13 e 18 anni. Il campione principale comprendeva 1.992 partecipanti, con un’età media di 48,2 anni e una distribuzione di genere sostanzialmente equilibrata. Oltre il 92% dei genitori e degli adolescenti aveva già avuto qualche esposizione agli strumenti di IA, segno che la tecnologia era largamente conosciuta.
Ai partecipanti non è stato chiesto semplicemente se apprezzassero l’IA. Gli studiosi hanno misurato la loro disponibilità a pagare per un abbonamento premium di tre mesi, del valore complessivo di 60 dollari, destinato all’uso scolastico del figlio. Il sistema utilizzato incentivava risposte sincere: in base alla cifra dichiarata e a un importo estratto casualmente, il partecipante avrebbe potuto ricevere l’abbonamento oppure il denaro.
Il passaggio decisivo consisteva nella presentazione di diversi scenari sociali. Ai genitori veniva chiesto quanto sarebbero stati disposti a pagare immaginando che gli strumenti di IA fossero già utilizzati dal 20%, dal 40%, dal 60% o dall’80% degli adolescenti del loro Stato. In questo modo, i ricercatori potevano osservare come la stessa persona modificasse la propria valutazione esclusivamente in funzione del comportamento attribuito agli altri.
L’esperimento includeva anche un trattamento informativo. Tutti i partecipanti apprendevano che alcuni studi avevano riscontrato miglioramenti nelle attività linguistiche e di scrittura durante l’uso dell’IA. A una parte del campione veniva inoltre comunicato il risultato di un esperimento sul campo secondo cui studenti con accesso non regolato a sistemi generativi avevano registrato un calo vicino al 20% nei punteggi di ragionamento quantitativo quando erano stati successivamente valutati senza il supporto tecnologico.
Il disegno sperimentale consentiva quindi di confrontare due forze: la preoccupazione per i rischi cognitivi e la pressione derivante dall’adozione dei coetanei.
Più studenti usano l’IA, più i genitori sono disposti a pagare
I risultati mostrano un legame molto forte tra diffusione percepita dell’IA e domanda individuale. Per ogni aumento di dieci punti percentuali nell’uso tra i coetanei, la disponibilità media a pagare cresceva di 1,83 dollari. Passando da uno scenario in cui l’IA era adottata dal 20% degli adolescenti a uno in cui era adottata dall’80%, la somma offerta dai genitori aumentava di oltre il 60%.
Il grafico riportato a pagina 4 dell’articolo rende visivamente evidente questa progressione: le barre della disponibilità a pagare aumentano quasi regolarmente nei quattro scenari, sia tra i genitori che avevano ricevuto informazioni sui rischi sia nel gruppo di controllo. L’effetto, dunque, non appare limitato alle persone particolarmente ottimiste sull’IA.
Per verificare che il risultato non dipendesse dal fatto che ogni partecipante osservava più scenari consecutivi, gli autori hanno realizzato anche esperimenti in cui ciascun genitore era esposto a una sola percentuale di adozione. La conclusione è rimasta simile. Nello scenario del 20%, la disponibilità media a pagare era di 17,98 dollari; nello scenario dell’80% saliva a 26,02 dollari. La differenza di 8,04 dollari conferma che l’influenza dei coetanei non era un semplice artefatto del metodo utilizzato.
Le risposte aperte dei partecipanti aiutano a interpretare il dato. Circa un genitore su cinque, tra coloro che autorizzavano l’IA pur sostenendo una restrizione generale, citava esplicitamente il timore che il figlio potesse rimanere indietro. Frasi come “gli permetto di usare l’IA perché non voglio che resti indietro rispetto ai suoi coetanei” esprimono una preoccupazione competitiva più che una fiducia incondizionata nella tecnologia.
Inoltre, il 77,6% dei genitori concordava con l’affermazione secondo cui l’IA può aiutare il figlio nel presente, pur suscitando timori per le conseguenze a lungo termine. La maggioranza riteneva anche che rinunciare allo strumento potesse creare uno svantaggio rispetto agli altri studenti.

Conoscere i rischi cambia le opinioni, ma non necessariamente le scelte
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda l’effetto limitato dell’informazione. La comunicazione sui possibili danni al ragionamento quantitativo ha modificato in modo netto le convinzioni dei genitori. Prima del trattamento, i gruppi sperimentali tendevano ad attribuire all’IA un impatto positivo sulle capacità cognitive. Dopo aver ricevuto l’informazione critica, i partecipanti del gruppo di trattamento ritenevano mediamente che l’uso non regolato potesse ridurre tali competenze.
Il cambiamento nelle credenze era ampio e statisticamente significativo. Nonostante ciò, la disponibilità a pagare per l’abbonamento rimaneva quasi invariata. Anche i genitori resi più pessimisti sugli effetti cognitivi continuavano ad aumentare la propria offerta quando cresceva il numero dei coetanei utilizzatori.
Il risultato suggerisce che l’informazione, da sola, non elimina il problema strategico. Un genitore può credere sinceramente che un uso eccessivo dell’IA danneggi l’apprendimento e, nello stesso tempo, giudicare troppo rischioso impedire al figlio di adottarla mentre i compagni ne traggono vantaggi immediati.
Un trattamento informativo più intenso, basato anche sulla sintesi di un rapporto di politica educativa, ha ridotto in parte la disponibilità media a pagare. Tuttavia, persino in questo caso la relazione tra adozione dei coetanei e domanda individuale è rimasta positiva e marcata. Le informazioni possono dunque abbassare il livello complessivo della domanda, ma faticano a neutralizzare la pressione sociale.
Gli autori hanno esaminato anche una spiegazione alternativa: forse i genitori interpretano la diffusione dell’IA come un segnale della sua qualità. Se molte famiglie la adottano, potrebbero dedurne che il prodotto funziona bene. Gli esperimenti non hanno però rilevato cambiamenti significativi nella qualità percepita, nell’importanza attribuita alle competenze cognitive o nel sostegno ai divieti quando variava il tasso di adozione. Questo indebolisce l’ipotesi dell’“apprendimento sociale” e rafforza quella della competizione: i genitori non sembrano pensare che l’IA sia migliore solo perché è più diffusa; temono piuttosto le conseguenze della mancata adozione.
Il paradosso delle restrizioni e le possibili risposte delle scuole
Se le informazioni sui rischi non modificano molto le scelte individuali, producono invece un effetto rilevante sulle preferenze collettive. Ai genitori è stato chiesto se avrebbero preferito un mondo in cui nessuno studente fosse autorizzato a usare strumenti di IA e l’apprendimento si svolgesse come prima della loro introduzione.
Nel gruppo di controllo, il 44% dei partecipanti si dichiarava favorevole a questa possibilità. Tra coloro che avevano ricevuto informazioni sul rischio di erosione delle competenze, la percentuale saliva al 57%. Il grafico a pagina 5 mostra chiaramente la distanza tra i due gruppi. Le stesse persone che continuavano a domandare l’accesso individuale alla tecnologia diventavano quindi più favorevoli a una limitazione generale.
Il paradosso non è irrazionale. Una restrizione valida per tutti eliminerebbe lo svantaggio relativo del singolo studente. Se nessuno può utilizzare un sistema capace di fornire risposte immediate, il genitore non deve più scegliere tra la protezione delle competenze a lungo termine e la competitività scolastica del figlio nel presente.
Lo studio suggerisce perciò che le risposte più efficaci potrebbero essere collettive: regole condivise a livello scolastico, accordi coordinati tra famiglie o adozione di strumenti strutturati che sostengano l’apprendimento senza sostituire completamente lo sforzo cognitivo.
La progettazione del prodotto sembra infatti importante. In un esperimento aggiuntivo, i genitori hanno valutato sia un tutor digitale strutturato sia un risolutore matematico orientato alla produzione diretta delle risposte. In entrambi i casi, la domanda cresceva all’aumentare dell’uso tra i coetanei. Tuttavia, il 56% dei partecipanti sosteneva il divieto dei risolutori matematici, contro il 39% favorevole a vietare il tutor strutturato. Le famiglie sembrano quindi distinguere tra strumenti che accompagnano lo studente e strumenti che possono sostituire il ragionamento autonomo.
Gli autori invitano comunque alla cautela. Gli esperimenti riguardano genitori reclutati online in tre Paesi anglofoni con sistemi educativi relativamente simili. Non è certo che la stessa intensità della pressione competitiva si manifesti in altre culture, in contesti con una minore diffusione digitale o con differenti modalità di valutazione scolastica.

In conclusione…
Lo studio mostra che l’adozione dell’intelligenza artificiale nell’istruzione non può essere compresa considerando soltanto le capacità tecniche degli strumenti o le convinzioni personali delle famiglie. Le decisioni dipendono anche da un meccanismo sociale: quanto più l’IA si diffonde, tanto più costoso sembra rinunciarvi.
I genitori possono riconoscere il rischio che un uso non regolato riduca l’impegno mentale e indebolisca alcune competenze. Possono persino desiderare regole che limitino l’IA per tutti. Eppure, quando temono che il proprio figlio sia uno dei pochi a non utilizzarla, continuano a richiederla. È questa distanza tra preferenza collettiva e comportamento individuale a trasformare l’adozione tecnologica in una corsa competitiva.
La lezione più importante riguarda le politiche educative. Informare studenti e famiglie rimane utile, ma potrebbe non essere sufficiente. Quando il vantaggio di una scelta dipende dalle decisioni degli altri, la responsabilità non può ricadere esclusivamente sul singolo genitore. Servono norme comuni, strumenti progettati con adeguate salvaguardie e modelli didattici capaci di integrare l’IA senza permetterle di sostituire il processo di apprendimento.
La sfida, in definitiva, non consiste nello scegliere semplicemente tra adottare o vietare l’intelligenza artificiale. Consiste nel creare condizioni in cui nessuno sia costretto a usarla male soltanto per paura di restare indietro.