“Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, prendi l’occasione per comprendere.”
— Pablo Picasso
Che cos’è lo spazio? È solo ciò che vediamo intorno a noi — città, strade, edifici — oppure è qualcosa di più profondo, invisibile ma determinante per la nostra esperienza quotidiana? L’articolo scientifico analizzato propone una risposta radicale: lo spazio non è un semplice contenitore neutro, ma un prodotto sociale, politico e culturale, costruito attraverso relazioni di potere e pratiche collettive.
Questa prospettiva, radicata nel pensiero di autori come Henri Lefebvre, David Harvey e Fredric Jameson, apre una riflessione cruciale: comprendere lo spazio significa comprendere la società. In un’epoca segnata dal capitalismo globale e dalla complessità delle reti digitali, orientarsi nello spazio diventa sempre più difficile.
È qui che entra in gioco il concetto di “cognitive mapping”, una pratica che non riguarda solo la geografia, ma la capacità di collocarsi criticamente nel mondo. Questo articolo di divulgazione esplora tali temi, rendendo accessibili concetti teorici complessi e mostrando le loro implicazioni per la vita quotidiana e per l’educazione.
Katsiampoura, G. , Kargopoulos, A. and Skordoulis, K. (2026) Cognitive Mapping and the Aesthetics of Liberation: Towards a Critique of the Postmodern Notion of Space. Advances in Applied Sociology, 16, 265-276. doi: 10.4236/aasoci.2026.164017.
Lo spazio come costruzione sociale
Per lungo tempo, la tradizione occidentale ha concepito lo spazio come qualcosa di oggettivo e misurabile, secondo modelli euclidei e newtoniani. In questa visione, lo spazio esiste indipendentemente dagli esseri umani, come una sorta di contenitore neutro delle azioni.
Tuttavia, le teorie contemporanee mettono in discussione questa idea. Lo spazio non è dato una volta per tutte: viene prodotto dalle attività sociali, economiche e culturali. Le città, ad esempio, non sono semplicemente insiemi di edifici, ma espressioni concrete di rapporti di potere, interessi economici e scelte politiche.
Pensiamo a un centro commerciale: non è solo un luogo fisico, ma uno spazio progettato per orientare i comportamenti, stimolare il consumo e organizzare le relazioni sociali. In questo senso, ogni spazio è anche un dispositivo sociale.
Questa prospettiva implica un cambiamento radicale: non studiamo più lo spazio come qualcosa di neutro, ma come un campo di conflitto e produzione, dove si giocano dinamiche di inclusione ed esclusione.
Cognizione e spazio: imparare attraverso le relazioni
Se lo spazio è socialmente costruito, anche il modo in cui lo comprendiamo non è individuale, ma profondamente sociale. Qui entra in gioco la teoria dell’interazionismo sociale, sviluppata da Lev Vygotskij.
Secondo questa prospettiva, la conoscenza non è una semplice ricezione passiva di informazioni, ma un processo attivo, mediato dal linguaggio e dalle interazioni sociali. Impariamo a comprendere lo spazio attraverso l’esperienza, il dialogo e la cultura.
Un bambino, ad esempio, non apprende cosa sia una città solo osservandola, ma attraverso racconti, mappe, spiegazioni e pratiche condivise. Le parole che utilizziamo — “centro”, “periferia”, “confine” — non sono neutre: portano con sé significati culturali e politici.
Questo significa che la nostra “mappa mentale” del mondo è sempre il risultato di un processo sociale. Non vediamo lo spazio “così com’è”, ma lo interpretiamo attraverso categorie costruite collettivamente.
Di conseguenza, educare allo spazio non significa solo insegnare geografia, ma sviluppare una consapevolezza critica delle relazioni sociali che lo producono.
La crisi postmoderna dello spazio
Nel pensiero postmoderno, lo spazio assume un ruolo centrale, ma in modo problematico. Se la modernità privilegiava il tempo — la storia, il progresso, il cambiamento — la postmodernità enfatizza lo spazio come frammentazione, simultaneità e perdita di orientamento.
Autori come Jean-François Lyotard e Jean Baudrillard hanno sottolineato la fine delle “grandi narrazioni” e l’emergere di una realtà frammentata, fatta di simulazioni e segni. In questo contesto, lo spazio diventa un luogo di disorientamento: non esiste più una visione unitaria della realtà.
Un esempio evidente è l’esperienza urbana contemporanea: grandi metropoli, centri commerciali, aeroporti e reti digitali creano ambienti complessi, difficili da comprendere nella loro totalità.
Tuttavia, l’articolo critica questa visione per il suo relativismo radicale. Se tutto è frammentato e privo di totalità, diventa impossibile comprendere le strutture sociali che organizzano il mondo.
In altre parole, il rischio del pensiero postmoderno è quello di perdere la capacità critica: se non esiste una visione complessiva, non possiamo nemmeno trasformare la realtà.
Fredric Jameson e lo spazio del capitalismo globale
Fredric Jameson propone una risposta a questa crisi attraverso una prospettiva marxista. Secondo lui, la postmodernità non è solo un fenomeno culturale, ma l’espressione del capitalismo avanzato, che ha trasformato profondamente il modo in cui viviamo lo spazio.
Jameson introduce il concetto di “iperspazio” (hyperspace): una condizione in cui la complessità del mondo globale supera la nostra capacità di orientamento. Le reti economiche, tecnologiche e comunicative sono così estese da risultare quasi incomprensibili per l’individuo.
In questo contesto, il tempo perde importanza e lo spazio diventa dominante. Viviamo in un “presente perpetuo”, senza una chiara connessione con il passato o il futuro.
Questo disorientamento non è casuale, ma strutturale: è il risultato delle dinamiche del capitalismo globale, che produce spazi complessi, frammentati e difficili da rappresentare.
Ma proprio qui emerge una possibilità: comprendere lo spazio significa anche comprendere il sistema che lo produce.
Il cognitive mapping: orientarsi per emanciparsi
Per affrontare questo disorientamento, Jameson propone il concetto di cognitive mapping, ovvero la capacità di costruire mappe mentali che ci permettano di orientarci nella complessità del mondo.
Non si tratta di mappe geografiche tradizionali, ma di rappresentazioni simboliche e cognitive della realtà sociale. Il cognitive mapping ci consente di collegare la nostra esperienza quotidiana alle strutture globali che la influenzano.
Un esempio semplice: comprendere come il lavoro, il consumo e la tecnologia siano connessi a reti globali di produzione. In questo modo, possiamo vedere oltre l’immediato e riconoscere le dinamiche più ampie.
Questa pratica ha una dimensione politica: senza una mappa del mondo, non possiamo agire in modo consapevole. L’incapacità di orientarsi equivale a una forma di impotenza.
Il cognitive mapping diventa quindi uno strumento di emancipazione: ci permette di riconoscere le strutture di potere e immaginare alternative. Non è solo una tecnica cognitiva, ma un progetto collettivo.
In conclusione…
L’articolo analizzato ci invita a ripensare radicalmente il concetto di spazio. Da semplice contenitore fisico, lo spazio emerge come una costruzione sociale, profondamente intrecciata con le dinamiche economiche, culturali e politiche del nostro tempo.
Attraverso il contributo di autori come Vygotskij, Lefebvre e Jameson, comprendiamo che orientarsi nello spazio significa anche orientarsi nella società. In un mondo segnato dalla complessità del capitalismo globale, questa capacità diventa sempre più cruciale.
Il concetto di cognitive mapping rappresenta una risposta a questa sfida: una pratica che unisce conoscenza, critica e azione. Non si tratta solo di capire dove siamo, ma di comprendere perché siamo lì — e come potremmo essere altrove.
In definitiva, imparare a “mappare” il mondo significa recuperare una forma di consapevolezza collettiva, necessaria per immaginare e costruire trasformazioni sociali.